Khazaria in the Ninth and Tenth Centuries

Ultimo aggiornamento: 08 febbraio 2021

Zhivkov, B.

Khazaria in the Ninth and Tenth Centuries

Brill Leiden-Boston 2015


Studiare la storia di popoli e di civiltà che ci hanno lasciato poche testimonianze scritte è un compito assai difficile a cui tuttavia gli storici non possono sottrarsi. Spesso l’inadeguatezza della documentazione spinge gli specialisti a formulare modelli teoretici che si rivelano fallaci e manchevoli dinanzi alla straordinaria complessità dei legami umani che hanno dato vita a organismi sociali e centri di potere collettivi. Il nomadismo delle steppe ha da sempre risentito di questo stato di cose e la storia dell’impero Khazaro non è un’eccezione. 

Costituitosi intorno alla metà del VII secolo fra la Caucasia e le steppe a nord del Mar Nero, questo impero di origini nomadi ha rappresentato per tre secoli la cerniera politica, economica e culturale fra il sud del Califfato Abbaside col nord della regione Baltica e della Rus’, e fra l’oriente delle steppe e l’occidente europeo. Posto come crocevia fra i quattro punti cardinali dell’Eurasia esso è stato il luogo di incontro di genti diverse, popoli e culture e negli ultimi decenni ha attratto un crescente interesse da parte degli specialisti i quali hanno prodotto una ponderosa letteratura scientifica. Ciò nonostante, la storia dell’impero Khazaro non è riuscita a togliersi di dosso le scorie di un dibattito influenzato da posizioni ideologiche che ne penalizza risultati e prospettive. Ancora oggi non ne sono chiari l’orientamento politico, la struttura di potere né il tessuto sociale. Oltre alla scarsità quantitativa e alla rarefazione della documentazione, il dibattito sulla storia dei Khazari è stato acceso dall’adozione del Giudaesimo, nei primi secoli del IX secolo, da parte dei ceti eminenti, dell’élite politica dell’impero delle steppe; non fu un fenomeno di massa e la maggioranza della popolazione, segnatamente gli strati inferiori, ne rimase esclusa mantenendo la tradizionale adesione al paganesimo. 

Nel X secolo e dopo aver dominato per oltre trecento anni una vasta area nell’Europa centro-orientale, l’impero dei Khazari si sgretolò rapidamente. Le cause del declino sono state esse stesse oggetto di accese discussioni fra gli studiosi. Si è insistito sull’invasione di altri popoli nomadi, in particolare dei Peceneghi, che avrebbero attaccato e poi spinto verso occidente i Khazari. Si è indagato il rapporto con la Rus’, deciso dall’attacco del 965 da parte del principe Svjatoslavl’ di Kiev che conquistò la capitale khazara Etil e pose fine di fatto alla vita dell’impero. La conversione stessa al Giudaesimo da parte dell’élite è stata spesso indicata come una delle cause del declino, poiché contribuì al progressivo indebolimento della struttura di potere, allontanando i ceti dirigenti dai ceti più umili, che non solo non abbracciarono la religione di Abramo, ma subirono, specie nelle zone di frontiera, la penetrazione dell’Islam e del Cristianesimo. La coesistenza con stati più dinamici e strutturalmente più organizzati sarebbe entrata in crisi già nel IX secolo e sia la Rus’ sia Bisanzio sia il Califfato Abbaside avrebbero gradualmente soverchiato, prima sotto l’aspetto economico e poi sotto quello politico, l’impero Khazaro. Infine si è indicata l’economia prevalentemente nomade dei Khazari come causa della fine; un sistema non più in grado di soddisfare le esigenze di un mondo in continua trasformazione ed economicamente più dinamico.

La pubblicazione nel 1976 di The Thirteenth Tribe di Arthur Koestler, benché le intenzioni dell’autore fossero ben diverse, ha acuito le polemiche portandole sul terreno avvelenato dell’antisemitismo. Koestler avanzò l’ipotesi che gli Ebrei ashkenaziti sarebbero discendenti dei Khazari convertiti ed emigrati a Ovest dopo il collasso dell’ impero. Correnti di pensiero collegate alla teoria di Koestler si sono formate in passato anche nelle accademie di Russia e hanno presentato i Khazari come modello antagonista per eccellenza alla base della secolare polemica sul rapporto conflittuale fra Rus’ e popoli delle steppe. Questo atteggiamento nei confronti del nomadismo delle steppe è ancora presente in un certo filone storiografico.

Fatte queste premesse dobbiamo ammettere di aver salutato con molto favore il libro di Boris Zhivkov. Si tratta di una ricerca ben accurata su un tema delicato e reso ancor più difficile dalla rarefazione delle fonti scritte. In questo saggio l’autore si propone non tanto di offrire una teoria alternativa alle molte che già esistono sulla storia dei Khazari, quanto di presentare una sintesi completa delle più solide acquisizioni che negli ultimi decenni si sono moltiplicate in Russia e non solo, mettendo insieme i dati storiografici e quelli archeologici. Scopo manifesto dell’autore è quello di portare un contributo fattivo e dirimente al dibattito scientifico su un argomento che soffre ancora di troppe contraddizioni.

Il libro è composto da cinque capitoli posti fra l’introduzione e la lunga riflessione conclusiva. Il primo capitolo è dedicato all’aspetto ideologico-religioso e alla difficoltà di conciliare la tradizione pagana delle steppe, ambiente originario dei Khazari, col monoteismo giudaico a cui la classe dirigente si convertì (pp. 17-126). Nel secondo capitolo l’autore affronta il rapporto fra l’impero e l’onda d’urto che dovette assorbire con la migrazione a Ovest dei Peceneghi, altra popolazione di origine turca e originaria delle steppe eurasiatiche (pp., 127-46). Col terzo capitolo l’autore si confronta con uno dei temi più dibattuti negli ultimi decenni, ovvero l’economia dei Khazari. In particolare in queste pagine (pp. 147-70) emerge l’importanza del commercio come risorsa fondamentale per lo stato turco a dimostrazione che la struttura economica e l’organizzazione delle risorse era tutt’altro che semplificata o statica e come l’impero Khazaro sia stato, fra IX e X secolo, un vettore essenziale per il sistema commerciale dell’Europa Orientale e del bacino del mar Nero.

Scorrendo le pagine del libro si capisce che l’autore ripone molta fiducia nell’indagine archeologica e nell’integrazione dei dati materiali con le fonti scritte. Non a caso egli lamenta uno scarso impegno da parte degli specialisti in questa direzione. La copiosa letteratura sull’argomento è stata troppo condizionata da aree di indagine separate e non comunicanti: vi sono stati autori che hanno scritto monografie sull’argomento basandosi solo sulle fonti scritte e altri che, ignorandole, hanno fondato la loro indagine solo sui ritrovamenti materiali. L’ultimo capitolo (pp. 171-220) è dedicato alla vivace società dell’impero. Uno dei temi centrali di questa trattazione è la dinamica di potere verticale, ovvero come l’autorità centrale, costituita dal nucleo turco nomade, governasse l’eterogeneo tessuto sociale composto da comunità estranee al ceto dirigente. Il capitolo risulta coerente e ben strutturato.

Zhivkov dedica molte pagine alle conclusioni, il cui nucleo fondamentale è la critica all’assunto secondo il quale un impero delle steppe vivrebbe di economia pastorale e solo in stretta dipendenza dal mondo sedentario circostante sarebbe in grado di sviluppare un’economia complessa tesa alla realizzazione del profitto. L’autore critica l’uso del termine imperi nomadi in quanto la definizione è semplificativa di una realtà economica e sociale assai più complessa ed eterogenea che quella di stati la cui economia si basava esclusivamente sul nomadismo e suggerisce l’uso di imperi delle steppe. Impossibile non essere d’accordo, anche perché la  definizione è ampiamente accettata dagli specialisti almeno dagli anni Trenta del Novecento,  quando l’orientalista francese René Grousset dette alle stampe il suo grande classico L’empire des steppes.[1] Bene ha fatto Zhivkov a rammentare quanto la terminologia sia importante trattando un argomento come il nomadismo che ancora oggi suscita dibatti e controversie spesso troppo vivaci.

Secondo l’autore l’impero Khazaro era un impero delle steppe non per via della sua economia, ma per una serie di caratteristiche: ideologia, cultura materiale e struttura politica. Non si possono formulare modelli teoretici per i Khazari basandosi sull’aspetto economico poiché l’impero Khazaro non era affatto sostenuto da un’economia esclusivamente nomade. Campagne di scavo ci hanno mostrato come l’agricoltura fosse sviluppata in alcune aree così come lo era il commercio. E proprio l’attività commerciale fu una delle più redditizie e ben organizzate nell’impero Khazaro. Proprio il commercio favorì la crescita economica degli stati circostanti fra cui quelli tradizionalmente visti come nemici dello stato turco, primo fra tutti la Rus’. D’altra parte nessun impero creato dai popoli delle steppe e di cui essi ne costituivano la classe dirigente rimase nomade o si fondava su un’economia esclusivamente pastorale. A ragione dunque l’autore sottolinea, adottandola, la definizione coniata da Anatoly Khazanov nel suo celebre Nomads and the Outside World,[2] di sviluppo multilineare degli stati nomadi, i quali avevano strutture politiche, economiche e sociali sempre dinamiche nel tempo e soggette a processi di sviluppo (non necessariamente un progresso), in tutte le direzioni. Una conquista militare, per traumatica che fosse, non portava mai alla sostituzione in blocco di un’intera classe dirigente. Allo stesso modo non cambiavano radicalmente gli spazi fisici, almeno non sempre e soprattutto non in tempi brevi. Le città rimanevano città, le campagne campagne così come le regioni boscose e le steppe. Sembra un’ovvietà, ma giova ricordarlo ogni volta che si ha a che fare con modelli teoretici generali applicati a realtà intrinsecamente complesse e in tutto diverse fra loro. 

Una parte delle conclusioni è dedicata alla critica della teoria di Th. Barfield, secondo cui il rapporto fra stati sedentari e nomadi è legato da un’interdipendenza forza-debolezza. In altre parole uno stato sedentarizzato forte darebbe vita a un forte stato nomade. Barfield pensava alla Cina e i suoi vicini nomadi (argomento ripreso e trattato magistralmente da Nicola Di Cosmo nel suo China and its Enemies[3]). Per questo Barfield coniò la definizione di imperi ombra imperi specchio per i poteri collettivi generati da imperi nomadiUna teoria che, afferma l’autore, mortifica la complessità degli imperi delle steppe negandone la dinamicità interna e la capacità di sviluppo. Anche in questo caso non possiamo che essere d’accordo. L’autore sostiene inoltre che quello dei Khazari era uno stato sedentarizzato se paragonato ad altri, per esempio all’impero dei Magiari, ai Peceneghi e agli Oghuz. Pertanto il nomadismo in Khazaria andrebbe visto non come dominante ma come una pratica adottata dai nomadi, che non costituivano la totalità della popolazione.

Nonostante le difficoltà oggettive cui abbiamo fatto riferimento sopra, questo libro è un lavoro di grande valore. L’autore ha raccolto molto materiale, dimostra grande conoscenza storiografica e ha seguito con attenzione le più recenti campagne di scavo. Il risultato è una ricerca organica, ben scritta e capace di mettere ordine nella messe di studi sui Khazari, rimanendo fuori dalle influenze ideologiche. 

Il volume si chiude con un indice analitico molto dettagliato e da un apparato bibliografico completo (composto di ben trenta pagine: pp. 285-315) che tiene conto delle ricerche sia di lingua inglese sia di lingua russa.



[1] R. GroussetL’Empire des steppes: Attila, Gengis Khan et Tamerlan, Payot, Paris 1939.

[2] Originariamente pubblicato in russo nel 1983. A.M. KhazanovNomads and the Outside World, The University of Wisconsin Press, Madison (WI) 1994.

[3] N. Di CosmoAncient China and its enemies: the rise of nomadic power in East Asian history, Cambridge University Press, Cambridge-New York (NY)2002.