Editoriale


Il mondo degli Slavi fra popolazioni autoctone e invasioni dall'Oriente

Per una storia dell'Europa centro-orientale nel medioevo

 

1. Storia e storiografia

Quando all’indomani del primo conflitto mondiale si disintegrarono gli imperi e nell’Europa centro-orientale si formarono nuove entità statali, l’elaborazione delle storie nazionali dei paesi dell’area, che era cominciato in epoca romantica, subì una forte accelerazione. Era l’epoca dei nazionalismi, che hanno provocato conflitti e drammatiche migrazioni e che culturalmente hanno segnato la ricostruzione del passato del nostro continente. In seguito durante la guerra fredda, che congelò artificiosamente il processo di ricomposizione dell’intera area e la riflessione culturale che l’accompagnava, gli studi medievali hanno subito profondi ritardi, sotto la pressione ideologica dei regimi socialisti, registrando comunque importanti risultati nella ricostruzione della cultura materiale e nella pubblicazione delle fonti. Con il rischio di pericolose involuzioni la ricostruzione del passato dell’Europa centrale e orientale continuava comunque a seguire il modello delle nazioni occidentali e a far risalire a un passato più o meno mitico la nascita delle singole nazioni moderne.

Negli ultimi decenni della guerra fredda si era manifestata intanto una rinnovata attenzione verso il proprio passato, soprattutto religioso, in concomitanza con le celebrazioni del millenario dell’introduzione del cristianesimo (Polonia, 966; Rus’ 988) e, soprattutto in Bulgaria, con le celebrazioni in onore di Cirillo (†869) e Metodio (†885), in seguito proclamati dal primo papa slavo compatroni d’Europa (1980). Le sempre maggiori aperture nel mondo socialista spingevano l’Occidente a riflettere sui rapporti con l’Oriente europeo, ma per lo più adattandosi ai confini imposti dal Patto di Varsavia. Si finiva così per relegare nella cosidetta “Europa dell’Est” l’intero mondo slavo occidentale, l’area baltica e parzialmente l’area danubiana, che avevano invece condiviso appieno la storia del mondo occidentale. Sottolineando la necessità di far dialogare le due Europe si è cominciato a far riferimento all’espressione formulata dal poeta russo V. Ivanov durante l’esilio a Roma, che invitava il nostro continente a “respirare a due polmoni” [1]. Purtroppo in questo dialogo in realtà non si è andato molto al di là delle intenzioni, manifestatesi nel corso di diversi congressi e seminari, che anche per le evidenti barriere linguistiche non si sono mai trasformate in reali progetti di ricerca. Anche recentemente, nella LI settimana di studio del Centro Italiano sull'Alto Medioevo, dedicata al fattore religioso nella formazione del mondo mediterraneo e dell’Europa medievale, non sono state sufficientemente messe in luce, nonostante la pregevole relazione di Ch. Hannick, le conseguenze della divisione del mondo cristiano nella formazione dell’Europa, già nell’alto medioevo, relegando ancora una volta l’Europa centro-orientale a un’appendice dell’occidente latino o dell’oriente bizantino (CISAM 2004). Né ci paree di veersa l’impostazione del recente volume “Le culture slave”, pubblicato nell’opera Lo spazio letterario del medioevo sotto la categoria “Le culture circostanti” (Capaldo 2006). La rivista dell’Associazione dei medievisti in Germania, Das Mittelalter, ha dedicato un intero numero a Bisanzio, dal titolo Byzanz – das “andere” Europa (cf. Segl 2001), in cui la riflessione si è limitata all’impero bizantino, senza percepire il mondo romano-orientale e la sua eredità in un senso più ampio, che comprende buona parte dell’area balcanica, il mondo slavo-orientale, e per certi aspetti anche il Caucaso e parzialmente il Medio oriente.

La dissoluzione della Jugoslavia di Tito, segnata dalla tragedia delle guerre balcaniche, ha messo drammaticamente in evidenza il problema della divisione fra gli slavi meridionali e la questione dell’Islam europeo, mentre la nascita dell’Ucraina indipendente, che sta muovendo a fatica i primi passi, sta riproponendo con urgenza la questione dei rapporti fra mondo occidentale e mondo orientale, che storicamente finiscono per intersecarsi in questa area. Purtroppo l’attenzione degli studiosi dell’area, in gran parte sovietologi o esperti del socialismo reale si è concentrata sulla situazione odierna e guarda a un passato, che al massimo risale ai risorgimenti nazionali del XIX sec., con uno sforzo sincero di adattamento alla nuova situazione storica, ma alla fine la riflessione rimane del tutto estranea alla “lunga durata” di processi storici, che hanno la loro origine nel Medioevo [2]. La percezione dei confini del mondo latino, che in seguito, soprattutto dopo l’occupazione turca dei Balcani, si è cristallizzata nell’idea dell’antemurale, ha completamente appannato l’idea dell’”altra Europa”, che a lungo aveva avuto il suo cuore pulsante in Bisanzio. In realtà il mondo bizantino-slavo, che comprende anche l’area rumeno-valacca, fin dall’autunno del Medioevo aveva cominciato a guardare alla Moscovia, la nuova emergente potenza euroasiatica, come simbolo della resistenza ortodossa all’espansione occidentale e alla conquista mussulmana, capace di riscattarsi dal giogo mongolo. La riflessione sull’idea di Europa e l’elaborazione della sua storia medievale attendono ancora importanti sviluppi, a meno che non si voglia tout-court identificare l’Occidente con l’Europa. Sarebbe tuttavia una scelta ideologica, che non risponde alle questioni fondamentali della storia dell’Europa centro-orientale e soprattutto al problema del ruolo dei popoli slavi.

 

2. Europa uguale Occidente?

Chi volesse oggi avere un panorama generale della civiltà slava e più in generale dell’intera area nel medioevo sulla base della medievistica contemporanea incontrerebbe insormontabili difficoltà. Non possiamo diffonderci ora sulla manualistica e la pubblicistica sulla storia europea in ambito medievistico, che circola in Occidente - il tema meriterrebbe una ricerca a sè assolutamente indispensabile -, ma se prendiamo ad esempio il saggio di J. Le Goff, Il Medioevo. Alle origini dell’identità europea (Le Goff 1996), giunto ormai all’ottava edizione, si può constatare chiaramante che l’orizzonte del più noto medievista europeo si estende al massimo all’area slava di cultura latina, che peraltro viene considerata alla luce del processo radicale di germanizzazione delle diverse culture. In particolare si fa riferimento ad alcune nazioni, alla Polonia, alla Boemia, alla Moravia, alla Croazia e alla Slovenia, in una prospettiva che si concentra unicamente sulla formazione degli stati nazionali. E così vale per molte altre pubblicazioni, che fanno coincidere l’Europa con il mondo occidentale, solidamente unito dalla lingua latina e dalla fede romana. Le conseguenze, come vedremo, sono assai rilevanti e producono una visione distorta della stessa storia occidentale e conseguentemente della penisola italiana. Ne esaminiamo brevemente solo alcune.

In questo letto di Procuste, sui cui è stata distesa la storia europea appaiono al centro la Francia , la Spagna e l’Inghilterra nella loro realtà di primigeni stati nazionali, a cui le altre nazioni si uniformano progressivamente come modelli. Alla prima periferia si estendono la penisola italiana, che diventa la porta dell’Oriente, base di partenza delle spedizioni crociate, l’area germanica, ancora attardata sull’idea imperiale, e la penisola scandinava, riserva continua di mercenari. La realtà del sacro romano impero, erede dell’impero romano d’Occidente, attraverso la mediazione della chiesa romana, e in un rapporto speculare con l’impero d’Oriente, appare drasticamente ridimensionata, sia sul piano delle istituzioni, sia sul piano del diritto. In generale il cristianesimo appare ridotto a una realtà meramente cultuale e culturale, capace di mediare la cultura latina classica soprattutto attraverso il monachesimo benedettino. In ambito strettamente politico si colloca il ruolo del papato nella legittimazione dei nuovi regni, che preludono alla formazione dei moderni stati nazionali. Agli estremi confini dell’Europa si trovano slavi, ungari e baltici, sottoposti, come dicevamo, a un forte processo di germanizzazione, che vengono progressivamente cristianizzati, ma che si trovano ancora a contatto con popolazioni scismatiche o eretiche. Dopo le invasioni dei tartari e la conquista ottomana dei Balcani il regno polacco e il regno ungherese e lo stesso Ordine teutonico vengono a costituire l’antemurale in grado di salvare l’Europa dalle nuove invasioni. Al di là di questi confini il mondo bizantino e bizantino-slavo rappresenta una parte dell’esteso mondo cristiano-orientale, che subisce progressivamente l’espansione mussulmana, solo temporaneamente arrestata dalla creazione di regni occidentali o di protettorati occidentali in Oriente. Così nascono l’impero latino di Gerusalemme e l’impero latino d’Oriente. All’oriente bizantino si riconosce il debito iniziale della riflessione patristica, in particolare nell’elaborazione della teologia delle immagini, la creazione del modello monastico, la conservazione (statica) del diritto romano e della cultura greca e infine la permanenza di determinate tecniche artistiche. Ma il mondo orientale rimane estraneo alla rinascita delle città, allo sviluppo economico e tecnologico, che ha influito profondamente nell’intera area occidentale, lasciando profonde conseguenze nella lunga durata. Questo modello, che ha ormai acquisito le caratteristiche dello stereotipo, lascia una serie di questioni irrisolte, dimostrando numerose contraddizioni, che forse mettono in crisi la sua stessa coerenza.

3. E’ possibile una storia dell’Europa cento-orientale?

        Ci dovremmo, allora, adattare a considerare singolarmente la storia dei diversi popoli slavi e delle altre etnie, come ormai siamo abituati a considerare le nazioni dell’Occidente europeo, ricostruendo poi un quadro d’insieme secondo il modello ormai consolidato dell’”Europa delle nazioni” [3]. Le vicende più recenti, tuttavia, continuano a richiamare alla memoria eventi di un passato lontano, ormai mitizzati nella coscienza popolare, con evidenti connotazioni etniche e religiose, che testimoniano in realtà i profondi vincoli, che uniscono le popolazioni slave e l’intera area nel suo complesso. Dalla missione cirillo-metodiana in Moravia (862-863) alla consacrazione alla Chiesa romana del regno polacco (992), dalla nascita del regno di Ungheria (1000) alla formazione del principato lituano (1253), dalla battaglia di Kulikovo (1380) allo scontro armato sulla piana del Kossovo (1389), dalle vicende del movimento hussita, dopo il rogo del suo fondatore J. Hus (†1415) alla nascita della chiesa autocefala russa all’indomani del rifiuto dell’Unione fiorentina, sottoscritta dal metropolita Isidoro all’omonimo concilio (1439): se si esaminano seriamente questi eventi, è ben difficile comprenderne il significato, rimanendo all’interno dei destini delle singole nazioni (slave o non slave che siano). Nell’interpretazione, sviluppatasi in epoca romantica, tuttavia, principi e prelati, monaci, eretici e scismatici finiscono per dare vita a un’idea della storia nazionale, spesso assai lontana dalla realtà, che determina ancora oggi le singole strategie, spesso rinfocolando vecchi nazionalismi e accendendo nuovi conflitti. Sarebbe, quindi, indispensabile in primo luogo un’impegnativa opera di demistificazione e demitologizzazione, che ricostruisca il difficile percorso, ancora in fieri, della formazione delle diverse nazioni [4]. Ma l’impresa appare assai ardua per il radicamento dei pregiudizi e l’assenza di una visione europea.

D’altra parte oggi, mentre assistiamo alla creazione di nuovi stati o alla trasformazione dei precedenti e nuovo impulso ricevono le diverse storiografie nazionali, appare assai sospetto parlare ancora di civiltà slava, cioè dei popoli slavi nel loro insieme, come se ci ispirasse ancora all’idea panslavista, sviluppatasi nel XIX sec. in funzione antigermanica, un’idea che ha finito per favorire le mire espansionistiche dell’Impero Russo e più recentemente dell’Unione Sovietica [5]. Né d’altra parte possiamo ritornare acriticamente alla storiografia cinquecentesca di area adriatica o slavo-occidentale, che riconosceva l’unità etnica degli slavi e la loro diffusione in Europa centro-orientale, ricostruendone un passato ideale sul modello della storiografia umanistica. Mettendo in secondo piano le differenze linguistiche, culturali e religiose dei popoli slavi, questa storiografia mirava a esaltarne la funzione storica di antemurale, che questi popoli stavano svolgendo nei confronti dell’espansione dell’impero ottomano [6]. In questa prospettiva si giustificano le reazioni degli storici, che non appartengono al mondo slavo e  considerano le proprie nazioni sia come eredi delle popolazioni autoctone, come pure delle etnie entrate successivamente sulla scena del teatro europeo. La storia dell’Europa centro-orientale apparirebbe esclusivamente sotto il segno degli Slavi, misconoscendo il contributo degli altri popoli, che invece hanno svolto un ruolo fondamentale nella costruzione dello spazio europeo, spesso in funzione dominante rispetto alle popolazioni slave. Sul piano religioso inoltre verrebbe esaltata la presenza concorrenziale dell’ortodossia e del cattolicesimo, misconoscendo la presenza già in tempi assai antichi sia dell’ebraismo sia della fede islamica, che in vario e diverso modo mettono le proprie radici in questa area.

            Nell’occidente europeo, che oggi è impegnato nella sua sfida più importante dall’epoca della formazione dell’impero carolingio, lo storico medievale, e più specificamente lo storico della cultura medievale, è costretto (e lo sarà sempre di più) a interrogarsi sulle dinamiche più generali della storia europea, e in particolare a considerare eventi e personaggi dell’Europa centro-orientale, sforzandosi di collocarli all’interno del proprio orizzonte. In occasioni di convegni e tavole rotonde la nostra medievistica ha mostrato una notevole apertura, invitando i colleghi slavi, che spesso hanno vissuto anni di isolamento e di pressioni ideologiche, e che ancora oggi continuano a lavorare in condizioni assai difficili, in ambienti talvolta segnati da forti spinte nazionaliste (se non xenofobe), in cui pesano risentimenti e odi maturati in conflitti passati o recenti. Dopo la fine della guerra fredda, sulla scia delle tradizioni storiografiche nazionali, più o meno censurate (o mascherate) negli anni dei regimi socialisti, rimane forte la tentazione di interpretare eventi e personaggi medievali dal punto di vista della singola nazione, proiettando nel passato i moderni concetti di etnia, nazione e lingua, allo scopo di offrire un solido passato a un’organizzazione statuale, che solo a prezzo di un difficile percorso è giunta all’indipendenza. Lo studioso si sente allora obbligato a ricostruire la storia della propria nazione, facendone risalire le origini all’epoca più remota e concentrandosi sul periodo di massimo sviluppo del suo territorio e della sua area di influenza, e soprattutto uniformando etnicamente e linguisticamente la sua popolazione e rimarcarcando le differenze dalle etnie confinanti. Sarebbe, tuttavia, scorretto avvicinarsi a questo interno travaglio con lo spirito, di chi ha ormai superato questa fase dell’esperienza storica. Queste formulazioni ci dovrebbero spingere piuttosto a riflettere più profondamente sull’idea di etnia, nazione e lingua anche in Occidente, costringendoci a rileggere meglio il passato delle nostre nazioni, che spesso è stato ricostruito allo stesso modo, proprio rielaborando in chiave nazionale la storia delle “identità collettive”, che hanno fatto l’Europa [7].

            Per superare l’inevitabile particolarismo delle piccole e grandi nazioni, in un mondo che appare segnato da invincibili forze centrifughe, si è cercato in particolare di costruire il concetto di una “terza Europa” o “Europa centrale”, - chiamata anche “Europa centro-orientale, ingenerando una certa confusione -, che si sarebbe sviluppata nel corso dei secoli a stretto contatto con il mondo germanico, espandendosi fino alle steppe ucraine. Questi tentativi, elaborati soprattutto da storici cechi, polacchi e ungheresi, più che una coesa realtà culturale, sociale e politica, manifestano in qualche modo la legittima reazione di queste storiografie nazionali nei confronti della secolare presenza tedesca e allo stesso tempo un profondo senso di ribellione contro l’espansione russa e più tardi sovietica [8].

4. Appunti per una riflessione

             Al momento attuale non sono molti gli strumenti critici per lo studio dell’Europa centro-orientale nel suo complesso. Per limitarci agli slavi, che inevitabilmente esigono almeno per il periodo più antico una trattazione comune, si possono leggere alcuni saggi, che esaminano la storia più antica (o preistoria) degli slavi in ambito archeologico, antropologico e religioso, o che ricostruiscono il rapporto fra Bisanzio e gli Slavi [9]. Più rare sono le introduzioni al mondo medievale slavo nelle principali lingue occidentali. In generale si ricorre ancora all’ultimo generoso tentativo di F. Dvornik, che tracciò una storia degli slavi nel contesto dell’Europa centro-orientale agli studenti di Harvard negli anni della guerra fredda, lezioni pubblicate in inglese e in seguito tradotte anche in italiano (Dvornik 1956, Dvornik 1962) [10]. E’, tuttavia, evidente che lo studioso ceco interpreta le vicende storiche, cedendo alla tentazione di una visione panslavista, che vede l’elemento slavo opporsi all’elemento germanico per il controllo dell’Europa centro-orientale. I drammatici eventi della Seconda guerra mondiale, che lo studioso aveva vissuto, erano troppo vicini perché si potesse superare questa visione della storia. Ne risulta anche una sottovalutazione delle realtà, che non si identificano con il mondo slavo, se si esclude l’impero bizantino con il suo ruolo di civilizzazione insieme a Roma. Fra gli studi di impianto diverso abbiamo citato l’introduzione al mondo slavo, curata da H. Kohn, che con l’aiuto di specialisti delle diverse storie nazionali, lascia al lettore la fatica di ricomporre un panorama unitario, offrendo solo un breve viatico ispirato alle riflessioni di Herder (Kohn 1960). Riguardo all’introduzione del cristianesimo nel mondo slavo è tuttora valido il saggio di A.P. Vlasto, che pur distinguendo i popoli slavi nelle sue aree principali (occidentale, balcanica e orientale), ha il merito di conservare una visione d’insieme, offrendo ampio rilievo alla missione di Cirillo e Metodio e mostrando una grande attenzione alle fonti (Vlasto 1970). In epoca recente è uscito il fortunato volume di F. Conte, che cerca invece di presentare in un linguaggio accessibile sia i caratteri della società slava in chiave antropologica, sia lo sviluppo storico delle singole aree e nazioni slave in un tentativo di sintesi certamente meritorio, ma che con la sua impostazione tematica, disorienta il lettore non specialista costringendolo a incredibili salti spaziali e temporali (Conte 1991). Si potrebbero inoltre citare una serie di saggi o raccolte di studi di singoli autori, che si occupano delle diverse aree, a cominciare dai Balcani, e che talvolta finiscono per perdere di vista l’orizzonte più ampio dell’Europa centro-orientale e delle sue diversità intrinseche.

Da questi saggi, in modo più o meno chiaro, si possono comunque ricavare alcuni punti saldi nella storia dell’Europa centro-orientale. E’ ormai comunemente accettato, che le popolazioni slave, stanziatesi in Europa centrale, giungendo progressivamente fino al fiume Elba e, nella penisola Balcanica, fino al Peloponneso, a partire dal V-VI sec. d.C. si siano progressivamente integrate con la civiltà mediterranea in parte attraverso la mediazione del mondo latino-germanico, in parte attraverso il mondo bizantino, venendo a contatto con diverse popolazioni autoctone. Soprattutto dopo la calata degli ungari, alcune popolazioni slave si sono orientate definitivamente al mondo latino, integrandosi sempre di più insieme a ungheresi e baltici con il mondo occidentale. Altre popolazioni, a cominciare dai Balcani, si sono orientate al mondo bizantino, legandosi profondamente all’eredità dell’impero romano-orientale. In particolare nel mondo slavo si possono distinguere una “Slavia latina” e una “Slavia ortodossa” che hanno determinato il corso della storia dell’intera area [11]. Pur considerando gli sforzi di ricostruire la più antica società slava e la sua stessa lingua (definito slavo comune o protoslavo), realizzatisi soprattutto nel corso del XX sec., è davvero impossibile, come ha ribadito H. Rothe, far iniziare la storia degli slavi prima della divisione dell’area slava nelle sfere d’influenza latino-germanica e bizantina (Rothe 1995). Allo stesso, come vedremo, non è possibile leggere separatamente la storia delle due Slavie, non solo per la comune genesi, ma anche per la comune storia all’interno del medesimo territorio. Rimane da chiarire ancora nelle sue dinamiche più generali e non solamente locali i rapporti fra le popolazioni slave e non slave all’interno dell’intera area.

Le popolazioni slave, insediandosi nell’Illirico, che rappresentava la principale area di collegamento fra le due parti dell’impero romano, contribuirono in modo determinante alla progressiva separazione fra Oriente e Occidente, diventando in seguito lo spazio in cui le due sfere di influenza si incontravano. Attraverso la loro conversione al cristianesimo, che si realizzava nel battesimo dei loro principi e re, secondo il rito latino o greco, entrarono comunque a far parte dell’impero romano, cioè del “mondo civilizzato”, fosse il sacro romano impero o l’impero romano d’oriente, assimilando progressivamente la cultura cristiana nella sua matrice greca o latina. La chiesa romana e la chiesa costantinopolitana hanno continuato per secoli ad organizzarsi sul territorio, seguendo i medesimi canoni della tradizione apostolica e dei primi concili, elaborando una teologia di stampo platonico-cristiano e sviluppando una tradizione monastica, che ne rappresenta l’eredità comune. I primi contrasti si crearono concretamente all’indomani del trionfo degli iconoduli a Costantinopoli proprio sulla cristianizzazione degli slavi, che avevano occupato l’Illirico. E’ importante osservare, che almeno in un primo momento la missione cirillo-metodiana, proveniente da Costantinopoli, ottenne l’appoggio della sede apostolica in contrasto con l’episcopato germanico, proprio nella prospettiva di creare una vasta arcidiocesi, che promuovesse l’evangelizzazione delle popolazioni slave. Era forse l’ultimo sussulto del partito filobizantino nella curia papale, che poi si orientò definitivamente verso il mondo romano germanico. Con la progressiva separazione fra Roma e Costantinopoli la Slavia latina e la Slavia ortodossa sono diventate la testimonianza più evidente della drammatica divisione del mondo romano mediterraneo dopo la conquista islamica del Medio Oriente e delle antiche provincie africane.

L’Occidente latino, pur conservando l’idea di impero ha sviluppato un modello di regno cristiano, con evidenti radici nella tradizione merovingia, dichiaratamente sostenuto dalla politica papale, che ha messo le sue profonde radici con la formazione del regno boemo e del regno polacco e del regno ungherese. Quest’ultimo comprendeva la corona croata (1102) ed estendeva il suo territorio nella regione slava della Nitria (l’odierna Slovacchia). I nuovi regni hanno giocato un ruolo di fondamentale importanza negli equilibri dell’Europa centrale e orientale sia in concorrenza sia in alleanza, spesso sancita da unioni matrimoniali. In area bizantina rimaneva predominante il modello imperiale, come dimostra in primo luogo la storia balcanica, che vede nascere un primo e un secondo impero bulgaro e la trasformazione del regno serbo in un impero “dei serbi, dei greci, dei bulgari e degli albanesi” ai tempi di Stefano Dušan (†1355). Solo in seguito si forma un principato moldavo, in cui la lingua della cultura rimane lo slavo-ecclesiastico. In area slavo-orientale proprio alla fine del Medioevo, assistiamo alla progressiva trasformazione del gran principato della Rus’ in un impero sul modello bizantino.

Attraverso la liturgia latina e le scuole monastiche le diverse popolazioni cominciarono a integrarsi progressivamente in un mondo, che si estendeva dalle rive dell’Atlantico alle regioni baltiche. La conoscenza della lingua latina creò una legione di chierici, a cui la riforma gregoriana impose progressivamente il celibato, e che insieme ai monaci costituirono il primo passo della formazione di un ceto intellettuale moderno. Il suo consolidamento avvenne attraverso la fondazione delle università e l’affermazione della filosofia scolastica, che superando il platonismo cristiano, si fondò su una nuova lettura dell’aristotelismo. Attraverso la nuova evangelizzazione degli ordini mendicanti in ogni città e villaggio, non solo si combatteva l’eresia, ma si radicava la nuova cultura cristiana, che esaltava l’autorità petrina e la superiorità della tradizione liturgica romana. In questo contesto si cominciano ad assimilare agli eretici gli scismatici orientali, da spingere all’unione con Roma o da perseguitare fin all’interno del loro stesso territorio, che nel contesto di una forte espansione coloniale dell’Occidente veniva riorganizzato in diocesi latine.

All’interno del mondo bizantino, invece, la Slavia ortodossa attraverso l’eredità cirillo-metodiana, che si radica nell’impero bulgaro, aveva elaborato un rito bizantino-slavo, che favorì l’evangelizzazione, dal momento che adottava una lingua comprensibile alle popolazioni, ma che allo stesso tempo rendeva più difficile la mediazione della cultura greca. La complessa opera di traduzione si estese progressivamente al patrimonio dei libri liturgici e della letteratura ascetico-monastica, ma escluse non solo il grande patrimonio classico, ma persino opere fondamentali della teologia bizantina. Seguendo la sua strategia tradizionale, Bisanzio, pur riconquistando i Balcani, non combattè il rito bizantino-slavo, favorendo la definitiva grecizzazione delle popolazioni, ma seppe sfruttare l’eredità cirillometodiana, trapiantata in area bulgara per la cristianizzazione degli slavi orientali.

Con il battesimo della Rus’ di Kiev il mondo bizantino estendeva la sua influenza in modo duraturo fino al mar Baltico, in una vasta area colonizzata dai normanni (variaghi), che si frapponeva fra il mondo occidentale e l’Oriente delle steppe eurasiatiche. La costante azione di presuli greci nella metropolia della Rus’ e nei Balcani sotto il domino bizantino consentiva al patriarca costantinopolitano uno stretto controllo sulle chiese slave, soprattutto di fronte all’espansione del cristianesimo latino. La condivisione del medesimo modello monastico dal medio oriente, ormai sotto una secolare occupazione islamica (se si esclude la breve parentesi del regno crociato), e della medesima tradizione liturgica rendeva profondamente omogenea l’area ortodossa, nei confronti del mondo latino. Continuando a sviluppare la tradizione del platonismo-cristiano, la teologia bizantina, anche sotto la pressione della scolastica occidentale, trovò una sua nuova e radicale elaborazione nel palamismo, che si sviluppò nel contesto del rinnovamento esicasta della vita monastica a partire dal monte Athos.

La definitiva rottura fra Oriente e Occidente, segnando un confine all’interno dell’Europa centro-orientale, si consumò sia con la quarta crociata e la conquista di Costantinopoli, sia con le crociate del Baltico, che segnarono l’insediamento dell’Ordine teutonico in Livonia. Allo sconvolgimento definitivo degli equilibri balcanici e del mediterraneo orientale, corrispondeva un radicale mutamento dell’area baltica. Nel frattempo in Medio oriente si rafforzava il sultanato di Rumi e fino all’Europa centrale giungevano le scorrerie dei Mongoli, che ridisegnarono l’assetto del continente euroasiatico.

Il mondo della Slavia ortodossa continuò a sopravvivere nell’area russa settentrionale, da Novgorod a Suzdal’, sia pure a lungo tributaria del canato tartaro, che progressivamente si riorganizzò nel gran principato di Mosca e si mostrò in grado di resistere alle spinte del nomadismo orientale. In area balcanica la conquista ottomana, cominciata con l’occupazione di Adrianopoli (1361), sfruttando le continue rivalità dei sovrani greci, bulgari, serbi, in un ampio territorio in cui vivevano popolazioni albanesi e rumene, finì per estendere i suoi possessi all’intera penisola con la caduta di Costantinopoli (1453) e del Montenegro (1499). Sul piano religioso, tuttavia, dipendendo sempre dal patriarcato costantinopolitano, il mondo slavo ortodosso, sia nell’impero ottomano, sia nel gran principato di Mosca, come fra le popolazioni orientali dello stato polacco-lituano, ritrovava la sua coesione nel medesimo rito bizantino-slavo, nella fedeltà ai canoni dei concili e nel comune patrimonio letterario in slavo ecclesiastico. Proprio sul finire del medioevo si cominciò a guardare ai successi moscoviti, come al riscatto dell’ortodossia in una visione apocalittica della storia ereditata da Bisanzio.

In questo panorama, in cui si delineano sempre più chiaramente i confini che attraversano l’Europa, appaiono nella giusta luce le preoccupazioni della chiesa romana per il ristabilimento dell’unione con la chiesa costantinopolitana, ma anche le mire espansive dell’ordine teutonico e la politica dello stato polacco-lituano, che con la dinastia degli Jagelloni, determinò a lungo gli equilibri dell’Europa orientale. Si comprende meglio la geopolitica dell’Oriente mediterraneo, in cui giocarono un ruolo fondamentale le repubbliche marinare, soprattutto Venezia e Genova, che spinsero i loro interessi fino al Mar Nero, i catalani e ancora gli angioni, che, con la medesima dinastia dominarono la Provenza , il regno delle due Sicilie e il trono ungherese. Riceve una migliore interpretazione il modello culturale elaborato a Mosca sulla base della tradizione bizantina, che seguì alla grande rinascita monastica del XIV sec. con la colonizzazione di vaste aree della Russia settentrionale. Si potrebbe seguire meglio la diffusione del diritto romano in rapporto ai diversi diritti consetudinari, soprattutto in rapporto all’uso della terra e nell’organizzazione del territorio, ben al di là dell’annosa questione del feudalesimo in Russia e in genere in Europa orientale. Si possono seguire le diverse tradizioni liturgiche, che si svilupparono sulla medesima eredità del cristianesimo antico, ma giungendo a esiti assai diversi, come dimostrano per esempio il culto eucaristico e il culto delle icone e dei santi rispettivamente in Occidente e in Oriente. E infine si capirebbe meglio il diverso atteggiamento nei confronti del mondo islamico e della questione della Terra santa.

In quest’area assai vasta e con confini difficilmente riconoscibili, come abbiamo osservato, si sono stabilite, talvolta prima delle migrazioni slave, popolazioni etnicamente differenti, che hanno svolto un ruolo assai importante nella storia dell’Europa centro-orientale, lituani, lettoni estoni e finni, ungheresi, rumeni ed albanesi. Si aggiungono, poi, tutte quelle popolazione assimilate o scomparse, a cominciare dagli avari e i protobulgari, che ne hanno segnato comunque la storia. Si deve, però riconoscere, che queste popolazioni, se si escludono gli ungari, stabilitisi nella strategica area danubiana, particolarmente legata al mondo occidentale, hanno vissuto ai margini del “mare” slavo, subendo, soprattutto nella Slavia ortodossa, più o meno profondi processi di assimilazione che hanno lasciato segni indelebili nella loro identità.

5. Progetto per una ricerca sulla storia e la cultura dell’Europa centro-orientale

Alla luce di queste iniziali riflessioni ci sembra inevitabile, anche nell’ambito della medievistica, una rilettura della storia europea e mediterranea, in cui l’Europa centro-orientale ritrovi il suo ruolo. Il medievista occidentale, cui in genere si può applicare il motto slavica non leguntur (per non parlare di hungarica o lithuanica!) oggi ha a disposizione per la sua primaria informazione alcuni strumenti enciclopedici, che hanno cercato di affrontare la storia medievale dell’Europa nel suo complesso, uscendo meritoriamente dai ristretti spazi dell’Occidente. Parliamo delLexikon des Mittelalters (LMA) e del Dizionario del Medio Evo (DME), che hanno offerto ampio spazio alla civiltà bizantina e al mondo slavo. Vi si possono trovare lemmi dedicati ai popoli e alle lingue, agli eventi e ai personaggi dell’Europa centro-orientale. Queste opere hanno comunque una differente organizzazione, dovuta soprattutto alla diversa struttura e mole delle pubblicazione. DME è un’opera assai agile in due volumi nell’edizione francese (tre nell’edizione italiana), che privilegia le grandi voci di carattere tematico con una bibliografia essenziale e un vasto corredo iconografico. LMA, in ben nove grossi volumi, privi di illustrazioni e in caratteri assai piccoli (!), comprende insieme alle voci di carattere generale una grande quantità di voci brevi e brevissime, sempre corredata da una bibliografia, che rappresenta un’indispensabile punto di partenza per ulteriori ricerche. Per l’area slava hanno collaborato nel DME alcuni illustri studiosi francesi e slavi, nel LMA hanno partecipato soprattutto studiosi tedeschi o operanti in Germania e Austria.

Una prima lettura e confronto fra queste opere, che rimarranno a lungo un punto di riferimento per gli studiosi del medioevo, ci ha dato l’occasione per queste nostre riflessioni, che vorremmo approfondire insieme a un gruppo di giovani medievisti che conoscono le lingue delle diverse aree e possono disporre della principale, ma già abbondante, bibliografia sulle diverse tematiche. La nostra speranza è di aiutare i medievisti a riflettere con occhi nuovi sulla storia dell’Europa centro-orientale, proponendo materiali di riflessione, anche con qualche critica che desideriamo sia sempre interpretata sempre in modo propositivo. Non potendo approfondire egualmente tutti i temi, ci limiteremo soprattutto alle voci fondamentali, che raggrupperemo all’interno delle tematiche principali. Per orientare il lettore indicheremo l’esistenza di recenti monografie in lingue occidentali moderne (non indicate ovviamente nelle voci dei dizionari), riservandoci di criticare la bibliografia indicata o di segnalare, se la bibliografia è particolarmente abbondante, quali sono i riferimenti fondamentali. Siamo grati alla redazione di Reti medievali che ha deciso di ospitare questi materiali, di cui il presente contributo rappresenta solo una riflessione preparatoria.

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Bibliografia

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Braudel 1958: F. Braudel, Histoire et science sociales: la longue durée, in Annales E.S.C., 13 (1958), pp.725-753

Brogi Bercoff 1977-1979: G. Brogi Bercoff, Il Regno degli Slavi di M. Orbini e la storiografia europea del Cinquecento, inRicerche slavistiche XXIV-XXVI (1977-1979), pp.119-156

Brogi Bercoff 1998: G. Brogi Bercoff, Królestwo Słowian. Historiografia Renesansu i Baroku w krajach słowiańskich, Izabelin 1998

Caccamo 1991: D. Caccamo, Introduzione alla storia dell’Europa orientale, Roma 1991

Capaldo 2006: M. Capaldo, a cura di, Lo spazio letterario del medioevo. 3. Le culture circostanti, vol.III: Le culture slave, Roma 2006

CISAM 2004: Centro Italiano sull'Alto Medioevo, a cura di, Cristianità d’Occidente e Cristianità d’Oriente (VI-XI sec.) (24-29 aprile 2003. Settimane di studio del Centro Italiano sull'Alto Medioevo. LI), Spoleto 2004

Dvornik 1956: F. Dvornik, The Slavs. Their early History and Civilization, Boston 1956 (trad. it. Gli Slavi. Storia e civiltà dalle origini al XIII sec., Padova 1974)

Dvornik 1962: F. Dvornik, The Slavs in European History and Civilization, New Brunswick, N.J., 1962 (Gli Slavi nella storia e nella civiltà europea, I-II, Bari 1968)

Geary 2002: P. J. Geary, The Myth of Nations, Princeton 2002

Halecki 1952: O. Halecki, Borderlands of Western Civilization. A History of East Central Europe, New York 1952

Le Goff 1996: J. Le Goff, Il Medioevo. Alle origini dell’identità europea, Roma, Bari 1996

Kłoczowski 1995: J. Kłoczowski, East-Central Europe in the Historiography of the Countries of the Region, Lublin 1995

Kohn 1960: H. Kohn, Die Welt der Slawen, Frankfurt a.M. 1960

Picchio 1991: R. Picchio, Letteratura della Slavia ortodossa, Bari 1991

Segl 2001: P. Segl, Byzanz – das “andere” Europa. Zur Einführung, in Das Mittelalter. Perspektiven mediävistischer Forschung 6, 2 (2001), pp.3-18

Tocco 2002: F.P. Tocco, Europa: il complesso di identità. In margine al processo di unificazione monetaria europea, inQuaderni medievali 53 (2002), pp.140-156

Vlasto 1970: A.P. Vlasto, The Entry of the Slavs into Christendom, Cambridge, New Brunswick 1970

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[1] Personalmente preferisco l’espressione di un grande umanista italiano, Enea Silvio Piccolomini, che, qualche anno prima di diventare papa, quando ormai era imminente la presa di Costantinopoli, in una lettera paragonava Bisanzio all’”altro occhio dell’Europa”: “Nam liberi Hungari non sinent, alterum Europe oculum in manus infidelium devenire” (cit. in Segl 2001, p.10 n.53).

[2] Per il concetto di “longue durée” si veda la riflessione di F. Braudel (1958).

[3] A questo proposito si può citare il classico volume, curato da H. Kohn, che dopo una breve introduzione, presenta, distinta per aree, la storia delle singole nazioni, raggruppando, tuttavia, soltanto gli Slavi meridionali, cui sono soprendentemente dedicate meno pagine che a cechi e slovacchi (Kohn 1960).

[4] Per iniziare una riflessione sulla complessa tematica si veda il recente volume di P. J. Geary (Geary 2002).

[5] Per uno sguardo generale sulla storiografia dell’Europa orientale del secolo scorso, soprattutto ceca e polacca, si può leggere la serrata riflessione di D. Caccamo, scritta all’indomani del crollo del sistema sovietico (Caccamo 1991), su cui sarebbe stato opportuno aprire un serio dibattito.

[6] Sulla storiografia cinquecentesca citiamo le ricerche di G. Brogi Bercoff, in particolare lo studio su il Regno degli Slavi di Mauro Orbini (1601) (Brogi Bercoff 1977-1979). Queste ricerche sono state recentemente raccolte in un volume in polacco, di cui sarebbe auspicabile anche un’edizione italiana (Brogi Bercoff 1998).

[7] Si veda a questo proposito la recente riflessione di F.P. Tocco (Tocco 2002).

[8] Si legga per esempio la premessa al volume Borderlands of Western Civilization. A History of East Central Europe di O. Halecki (1952), per capirne le ragioni. Nel nostro progetto torneremo in modo più approfondito sulle questioni storiografiche sollevate dagli storici dell’area, che meritano una profonda attenzione. Per il momento facciamo riferimento al saggio di J. Kłoczowski (1995).

[9] Fra i primi si può citare il recente saggio di F. Curta, che ricostruisce la preistoria degli slavi, soprattutto sulla base dei più recenti risultati delle ricerche archeologiche (Curta 2001). Sul rapporto fra Bisanzio e gli slavi si può leggere il recente, ma insoddisfacente saggio di A. Avenarius (Avenatius 2000). In occasione dell’Assemblea Nazionale degli Slavisti italiani (Bologna, 1996) ho tenuto una conferenza sul tema “Per un'introduzione alla cultura degli slavi nel Medioevo. Manuali e strumenti”, mai pubblicata. Ci limitiamo ora ad alcune indicazioni di carattere generale.

[10] Per un inquadramento storiografico della produzione di F. Dvornik si vedano le pagine di Caccamo dedicate allo studioso ceco (Caccamo 1991, pp.34-36).

[11] Si deve rendere merito a R. Picchio di aver sviluppato questa riflessione sulla formazione delle due Slavie, definite rispettivamente “Slavia romana” e “Slavia ortodossa”, nelle sue ricerche sulla missione cirillo-metodiana e sulla nascita della prima letteratura slava (Picchio 1991, in particolare il primo capitolo). Sulle recenti discussioni sulla definizione, la formazione e i confini delle Slavie si veda il mio studio (Garzaniti 2006, in stampa).

Ultimo aggiornamento: 23 aprile 2010